Orologeria svizzera sotto assedio: i dazi USA minacciano tutto il settore
L’orologeria svizzera, da sempre sinonimo di eccellenza e prestigio, si trova di fronte a una delle sfide più delicate degli ultimi decenni. I nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti potrebbero cambiare radicalmente l’equilibrio del settore, con conseguenze che andranno ben oltre i confini elvetici.
Se per gli orologi tedeschi o giapponesi il rincaro si “ferma” a un 15%, per i marchi svizzeri la tariffa sale a un devastante 39%. Una cifra che rischia di compromettere un mercato cruciale: gli Stati Uniti, infatti, rappresentano in media il 25% delle esportazioni di orologi svizzeri.
Un problema senza facili soluzioni
L’obiettivo della politica americana, spinta da Donald Trump, è chiaro: spingere le aziende straniere a produrre sul suolo statunitense o, in alternativa, favorire il consumo di prodotti locali. Ma l’orologeria svizzera non è un’industria qualsiasi: la sua filiera è complessa, specializzata e profondamente radicata nel territorio elvetico.

Costruire una fabbrica verticale negli USA? Praticamente impossibile. I costi sarebbero astronomici e i tempi biblici, come dimostrano i nuovi stabilimenti Rolex in Svizzera, iniziati da un paio d’anni e operativi solo nel 2030. Anche l’ipotesi di assemblare gli orologi oltreoceano non regge: i pezzi subirebbero comunque il dazio, e senza l’etichetta Swiss Made l’orologio perderebbe gran parte del suo valore simbolico e commerciale.

Un impatto globale inevitabile
Le aziende hanno provato a correre ai ripari con spedizioni massive prima dell’entrata in vigore delle tariffe, ma ora bisogna pensare al futuro. Alcuni marchi potrebbero assorbire parte dei costi ma non la totalità, anche perchè resistere a un calo del 40% dei profitti è una sfida proibitiva.
La soluzione più probabile? Spalmare l’aumento a livello globale. Invece di alzare i prezzi del 20% solo negli USA, le maison potrebbero ritoccarli del 7–8% in tutto il mondo. Una strategia che manterrebbe aperto il mercato americano, ma a discapito dei consumatori internazionali.
Non è una novità: i listini erano già saliti durante il Covid e probabilmente succedere ancora. Come spesso succede, tra l’altro, i prezzi comunque non torneranno a scendere una volta passata la tempesta.
È plausibile attendersi allora un nuovo boom del mercato dell’usato e del cosiddetto “secondo polso”, con il ritorno in auge del mercato grigio.


Chi rischia di più
Se i grandi gruppi, forti di risorse e liquidità, hanno la possibilità di resistere e attendere tempi migliori, la situazione è molto più delicata per i brand indipendenti e i microbrand. Le banche sono poco propense a sostenerli e il rischio di vedere sparire interi marchi è concreto.
Anche il posizionamento conta: i brand di fascia alta, rivolti a una clientela meno sensibile al prezzo, potrebbero soffrire meno. Al contrario, chi produce orologi più accessibili si troverà davanti a un crollo delle vendite, perché il pubblico mainstream è inevitabilmente più colpito dalle variazioni di prezzo.

L’amara conclusione: meno scelta, prezzi più alti
La guerra dei dazi potrebbe lasciare dietro di sé uno scenario amaro: listini gonfiati, minore concorrenza e un’erosione del tessuto indipendente dell’orologeria svizzera. In altre parole, una doppia penalizzazione per i consumatori di tutto il mondo: meno scelta e prezzi più alti.
Il settore, simbolo del lusso e dell’artigianato europeo, sta per affrontare acque turbolente. Solo i più forti e strutturati riusciranno a restare a galla.
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