Ora in vigore, dazio del 39% sulle importazioni svizzere, compresi gli orologi
L’industria orologiera svizzera si trova ad affrontare una delle sfide commerciali più dure degli ultimi anni. Con effetto immediato, gli Stati Uniti hanno imposto un dazio del 39% sulle importazioni dalla Svizzera, colpendo direttamente il comparto orologiero, tradizionalmente uno dei più solidi e rappresentativi del made in Switzerland.
La decisione, comunicata a seguito di un fallimento nei negoziati diplomatici tra Berna e Washington, è entrata in vigore alla mezzanotte di giovedì (ora USA), e corrispondentemente alle 6 del mattino in Svizzera. Il provvedimento ha colto di sorpresa molti operatori del settore, che già faticano a fronteggiare un contesto globale complesso, segnato da un calo della domanda post-pandemica, un franco svizzero particolarmente forte (+12% rispetto al dollaro nell’ultimo anno) e un incremento dei costi di produzione, guidato in particolare dal prezzo record dell’oro.
Un impatto sistemico per l’intero comparto orologiero
Con questa mossa, il governo statunitense ha elevato l’aliquota doganale sui beni svizzeri (esclusi i farmaci) a uno dei livelli più alti tra le economie sviluppate. Per confronto, i dazi imposti su orologi provenienti da Giappone o Unione Europea (tra cui Germania) si attestano attualmente al 15%.
La misura avrà ricadute importanti per il settore, considerando che gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di esportazione per gli orologi svizzeri, assorbendo circa il 20% delle esportazioni totali del comparto.
Secondo Jean-Philippe Bertschy, CEO e analista capo di Vontobel, la situazione attuale configura un “cocktail altamente tossico” per l’intero settore, destinato a colpire in maniera disomogenea le diverse fasce di mercato. I brand di fascia medio-bassa, così come i fornitori di utensili e macchinari destinati al mercato americano (che incide per circa il 15% sul loro export), saranno tra i più penalizzati.
Le piccole manifatture sotto pressione
Per le realtà indipendenti, come Zeitwinkel, marchio artigianale con sede a Saint-Imier, la situazione è particolarmente delicata. Il co-fondatore Albert Edelmann ha dichiarato che l’azienda, che produce circa 100 orologi all’anno con un prezzo medio di 18.000 franchi svizzeri, non ha altra scelta se non assorbire l’impatto. Il mercato statunitense rappresenta tra il 20% e il 30% della sua produzione annuale.
«Come piccola azienda indipendente, non abbiamo alcun margine di manovra su decisioni di questa portata», ha commentato Edelmann. «Continuiamo a lavorare fianco a fianco con i nostri partner negli USA, nella speranza che la crisi venga risolta. I nostri clienti americani restano una parte preziosa della nostra community».
Una crisi politica e diplomatica che si riflette sull’economia reale
L’aumento dei dazi ha generato forti reazioni politiche ed economiche in Svizzera, dove il governo è finito sotto pressione per non aver ottenuto una proroga o una rinegoziazione con l’amministrazione Trump.
Le conseguenze stimate dagli economisti parlano di un impatto sul PIL tra lo 0,3% e l’1%, una cifra tutt’altro che marginale per un Paese di poco meno di 9 milioni di abitanti. La Svizzera è inoltre il settimo investitore diretto negli Stati Uniti, con oltre 307 miliardi di dollari di investimenti cumulati e oltre 500.000 posti di lavoro sostenuti attraverso le sue affiliate locali.
Il presidente statunitense Donald Trump, intervistato da CNBC, ha giustificato la decisione in termini di deficit commerciale, sottolineando che gli USA registrano un saldo negativo di circa 38,5 miliardi di dollari con la Svizzera, dovuto in larga parte all’importazione di oro raffinato e di prodotti farmaceutici (questi ultimi esclusi dalla nuova tariffa).
Secondo Trump, il governo elvetico non avrebbe offerto concessioni tangibili o investimenti strategici, al contrario di quanto fatto da altri Paesi come Giappone e membri dell’UE, che hanno promesso investimenti nei settori energetici e manifatturieri statunitensi.
Prezzi in aumento, incertezza sulla distribuzione dei costi
In risposta al primo incremento tariffario del 10% – già in vigore nei mesi scorsi – molti grandi marchi svizzeri, da Rolex a Patek Philippe, Omega e Audemars Piguet, hanno adeguato i listini statunitensi con aumenti compresi tra il 3% e il 10%.
Con l’ulteriore balzo al 39%, resta da capire in che misura il nuovo costo verrà trasferito al cliente finale. Alcuni brand potrebbero decidere di assorbire parte dell’incremento; altri, soprattutto nella fascia alta, potrebbero preferire preservare i margini aumentando ulteriormente i prezzi. I rivenditori multibrand e gli importatori, dal canto loro, si trovano in una posizione delicata: gestire un rincaro significativo in un mercato già provato da aumenti generalizzati negli ultimi cinque anni.
Una sfida alla competitività svizzera sul lungo periodo
Secondo una nota della Federazione delle Imprese Svizzere, il nuovo regime doganale mette a rischio la competitività internazionale delle aziende elvetiche, in particolare nel mercato americano, minando rapporti consolidati e mettendo potenzialmente a rischio migliaia di posti di lavoro.
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