Come l’oro si è ripreso la scena nell’orologeria
C’è un calore, una densità palpabile nel tenere in mano un orologio in oro massiccio. È una sensazione che l’acciaio, per quanto affascinante e resistente, non potrà mai replicare. Eppure, per quasi un decennio, abbiamo vissuto un paradosso che avrebbe fatto impallidire qualsiasi logica di mercato: l’acciaio, il metallo umile e funzionale, era diventato il re indiscusso del desiderio, eclissando l’oro, simbolo millenario di prestigio, ricchezza e potere (non a caso lo adoravano già gli antichi Egizi!).

Abbiamo assistito a un’epoca in cui un cronografo in acciaio inossidabile poteva costare, sul mercato, tanto quanto la sua controparte, ma realizzata in oro massiccio a 18 carati. Era l’epoca in cui un Rolex Daytona, o un Submariner in acciaio, costavano quanto lo stesso orologio fullgold: ed era un’assurdità!

Oggi, anche se lentamente, stiamo assistendo a un potente e inesorabile ritorno dell’oro, una riscoperta che probabilmente non è solo una moda passeggera, ma un cambiamento culturale nel modo in cui percepiamo il lusso e la moda, che è ciclica.
Per comprendere l’attuale rinascita dell’oro, è fondamentale analizzare il contesto che ha portato al suo declino. A cavallo tra il 2010 e il 2020, infatti, il mondo dell’orologeria è stato dominato da una narrazione potentissima: quella dello “sportivo di lusso in acciaio”. Questo fenomeno non è nato per caso, ma è stato il risultato di una convergenza di fattori culturali, sociali ma anche economici.

Soprattutto in un mondo post-crisi finanziaria del 2008, l’ostentazione era diventata quasi un tabù. Si affermava il concetto di “stealth wealth”, la ricchezza understate. L’orologio in oro giallo, simbolo degli eccessi degli anni ’80, appariva fuori luogo, volgare. L’acciaio, invece, era perfetto: discreto, tecnico, funzionale. La narrazione si è spostata dal concetto di orologio-gioiello a quello di “tool watch”, l’orologio-strumento. Un diver professionale, un cronografo da pilota, un orologio progettato per resistere alle sollecitazioni più estreme. E qual è il materiale d’elezione per uno strumento? L’acciaio, ovviamente.

Su questo terreno fertile è germogliato il fenomeno degli orologi in “hype”, un termine preso in prestito dal mondo delle sneaker e dello streetwear. Un numero centellinato (magari virtualmente) di modelli in acciaio, prodotti in quantità insufficienti a soddisfare una domanda crescente, che sono diventati oggetti di culto. La loro desiderabilità non era più legata al loro valore intrinseco – cioè banale acciaio – ma alla loro irraggiungibilità. In tutto questo, i social media hanno agito da cassa di risonanza, creando un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda dei punti di vista): più un orologio era irraggiungibile, più veniva mostrato sui social, più persone lo desideravano, e più diventava irraggiungibile, anche se era “banale acciaio”, lasciatemelo dire.
I protagonisti di questa saga sono noti: il Patek Philippe Nautilus, l’Audemars Piguet Royal Oak e, in misura leggermente minore, il Rolex Daytona. Ed è proprio con il Daytona che il paradosso ha raggiunto il suo apice. Un Rolex Daytona in acciaio, con referenza 116500LN, aveva un prezzo di listino di circa 14.000 euro. A causa delle liste d’attesa infinite, sul mercato secondario il suo prezzo in periodo Covid schizzava a 30-40.000 euro e oltre. Nello stesso periodo, un Rolex Daytona in oro giallo massiccio, con un prezzo di listino di oltre 35.000 euro, poteva talvolta essere trovato sul mercato secondario a un prezzo inferiore a quello della sua controparte in acciaio. Un’assurdità logica ed economica, dettata non dal valore della materia prima, ma da un semplice desiderio collettivo, quasi isterico, “costruito” attorno al concetto di scarsità e status.


Come tutte le bolle, anche quella dell’acciaio ha iniziato a mostrare segni di affaticamento. E forse, complice di questa dinamica, è stata anche la riscoperta dell’orologio “di lusso”, quello vero, così come era strettamente inteso fino agli anni ’70, quando le maison dell’alta orologeria – da Patek a Audemars passando per Vacheron e Cartier – non avevano alcun modello in acciaio a catalogo. Non era certamente un caso.
Il gioco delle liste d’attesa, dei prezzi gonfiati e della caccia al “pezzo giusto” è diventato estenuante per molti. L’omologazione dilagante probabilmente sta giocando il suo ruolo: ovunque si guardi, sui social e ai polsi delle persone, sembrano esistere solo quei tre o quattro modelli in acciaio. L’oro ha offre una via di fuga, un modo per distinguersi e fare una scelta personale, non dettata dalla massa. Acquistare un orologio in oro è diventato un atto di individualità, un ritorno a un acquisto basato sul piacere personale e sul gusto estetico, piuttosto che sulla rincorsa allo status symbol del momento.

Anche la moda e il design hanno cambiato rotta. Dopo anni di minimalismo, oggi emerge un desiderio diffuso di colore, di texture, di calore e di espressione. Lo vediamo innanzitutto nei quadranti sempre più colorati degli orologi (anche quelli da 134k, come l’ultimo calendario completo di Vacheron in oro bianco), e in questo contesto, l’oro è caldo, solare, personale. Un orologio in oro non è solo uno strumento, un “tool watch”, è un oggetto prezioso da tramandare e tenere in famiglia, come un cimelio.

Inoltre, senza entrare in un’analisi di mercato (che magari approfondiremo prossimamente), è impossibile ignorare l’aspetto psicologico del “valore”. In un periodo storico caratterizzato da incertezza economica e dalla volatilità di asset immateriali, dall’inflazione, un oggetto realizzato in un metallo prezioso offre un senso di tangibilità. Il valore di un orologio in acciaio è, in larga parte, speculativo e basato sulla mera domanda. Il valore di un orologio in oro è ancorato, almeno in parte, al valore intrinseco e universale del metallo stesso. Un’oncia d’oro avrà sempre un valore riconosciuto globalmente. E questa percezione di “valore reale” è attraente, diciamoci la verità.
Il ritorno dell’oro non è solo un’idea astratta, non è solo una direzione che prende il gusto peersonale. È già visibile nelle collezioni di tutti i principali marchi, che hanno iniziato a credere e a investire nuovamente nel metallo prezioso.
Da un paio di anni Rolex, dopo aver presentato all’ultimo Watches & Wonders una larga fetta della collezione esclusivamente in materiale prezioso, mette al polso dei propri ambassador – nel tennis, soprattutto – esclusivamente modelli in oro: dallo Yacht-Master di Musetti, ai Daytona Oysterflex di Alcaraz e Sinner. L’Omega Speedmaster, il tool watch per eccellenza, quello che è andato sulla Luna insomma, viene oggi proposto in spettacolari versioni in oro Sedna (la lega di oro rosa di Omega), oro Moonshine (in oro giallo, con una tonalità più chiara del classico 18 carati) o in oro Canopus (la lega di oro bianco). Le icone del design di Cartier, come il Tank Louis Cartier o il Santos, stanno vivendo una rinascita proprio nelle loro versioni più pure e classiche, in acciaio/oro e fullgold.


Naturalmente il ritorno dell’oro non segna la fine dell’acciaio. L’acciaio rimarrà per sempre il materiale principe per la praticità, la resistenza e l’uso quotidiano. Ciò a cui stiamo assistendo è la fine di un’anomalia di mercato che aveva messo in secondo piano tutto il resto. È il ritorno a un equilibrio più sano, in cui i materiali vengono apprezzati anche per le loro qualità intrinseche.
Il fenomeno che abbiamo vissuto è stato affascinante: per un attimo, il desiderio collettivo ha sovvertito le leggi del valore, rendendo l’acciaio più prezioso dell’oro.
A raccontarlo si fa fatica a crederci.
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