L’architettura nelle casse degli Orologi
Può sembrare banale, ma la forma tonda dell’orologio non è scontata e, anzi, spesso le forme alternative non sono solo un vezzo, ma ci dicono molto più di ciò che crediamo.

La forma è l’architettura di un orologio da polso, la sua pelle, il suo carattere. Sebbene la stragrande maggioranza degli orologi sia di forma rotonda, quasi in un omaggio alla natura ciclica del tempo – forse l’idea più naturale che si può avere pensando a delle lancette che ruotano – spesso diventa vera e propria forma d’arte quando si prova a pensare fuori dagli schemi.
La storia della forma delle casse è un affascinante viaggio attraverso le correnti culturali, le rivoluzioni artistiche e le innovazioni tecnologiche del XX e XXI secolo. Dalle forme classiche e tondeggianti, alle audaci geometrie dell’Art Déco (e la mente va al Reverso di Jaeger-LeCoultre), fino alle interpretazioni più moderne e brutaliste di Bulgari o Unimatic, ogni forma racconta come sempre una storia. E quello che faremo oggi è proprio andare alla loro scoperta.

Il dominio della cassa rotonda non è casuale; è radicato in una logica sia storica che tecnica. I primi orologi da tasca nati secoli fa, erano rotondi. Questa forma derivava direttamente dai grandi orologi da torre e da interni, i cui quadranti circolari erano la rappresentazione più intuitiva del percorso del sole nel cielo e della natura ciclica delle ore. A questa ragione storica se ne aggiunge una, forse ancora più comprensibile, di natura tecnica. La stragrande maggioranza dei movimenti meccanici è, per sua natura, di forma circolare. Sono rotondi gli ingranaggi e le ruote, tutto è disposto in un’architettura circolare. Potremmo dire che il cerchio, in quanto forma, è da sempre la base fondamentale del linguaggio orologiero.
Eppure, rullo di tamburi, il primo orologio da polso maschile, ideato nel 1904, udite udite, era quadrato! Si tratta del Cartier Santos, di cui a breve vi dirò meglio. Ma l’avvento delle casse quadrate e rettangolari non fu un semplice capriccio estetico di Louis Cartier, ma il riflesso di un profondo cambiamento culturale: la rivoluzione dell’Art Déco. Tra gli anni ’20 e ’30, il mondo si innamorò della geometria, delle linee pulite, del modernismo e dell’estetica industrial, voltando le spalle alle curve organiche e floreali dell’Art Nouveau che torneranno, invece, solo negli anni ’50 e ’60.

Il pioniere assoluto di questa rivoluzione, come dicevamo, fu Louis Cartier. Nel 1904, creò il primo orologio da polso maschile della storia per il suo amico, l’aviatore brasiliano Alberto Santos-Dumont. Santos si lamentava della difficoltà di consultare il suo orologio da tasca mentre era ai comandi del suo aereo. Cartier disegnò per lui un orologio con una cassa quadrata, quasi una piccola placca di platino con le viti della lunetta a vista, un dettaglio di rottura ispirato all’ingegneria e all’estetica della Torre Eiffel. Il Cartier Santos-Dumont non era il solito orologio da tasca con anse saldate; era un oggetto concepito e disegnato fin dall’inizio per il polso. E pochi anni dopo, nel 1917, Cartier creò un’altra icona immortale: il Tank, un altro orologio “di forma” (ovvero non tondo). L’aneddoto sulla sua nascita è leggendario. Si dice che Louis Cartier abbia tratto ispirazione osservando dall’alto i carri armati Renault FT-17, che in quel momento stavano cambiando il volto della guerra sul Fronte Occidentale. Le due barre verticali della cassa, i “brancards”, rappresentano i cingoli del carro armato, mentre il corpo centrale della cassa è la cabina di pilotaggio. Fu un atto coraggioso, eppure il Tank dimostrò che una cassa rettangolare poteva essere più raffinata di un “banale” cerchio.

Un altro capolavoro di forma e funzionalità è il Jaeger-LeCoultre Reverso. Nato nel 1931 da un’esigenza pratica: un gruppo di ufficiali dell’esercito britannico di stanza in India, appassionati giocatori di polo, si lamentava di come i loro orologi si danneggiassero durante le partite. L’ingegnere René-Alfred Chauvot ideò per loro una soluzione geniale: una cassa rettangolare che poteva scorrere sulla sua base e ribaltarsi, nascondendo il vetro e mostrando il fondello. Una funzione nata per proteggere l’orologio e che si trasformò in un’icona di design ed eleganza.

Nel 1957, in piena era atomica e di ottimismo futuristico, l’Hamilton Ventura fu il primo orologio elettrico al mondo. Il suo design, opera di Richard Arbib (un designer di automobili), era altrettanto rivoluzionario: una cassa asimmetrica a forma di scudo, ispirata – chiaramente – alle pinne delle Cadillac e all’architettura “Googie”. Divenuto immortale al polso di Elvis Presley, il Ventura sembrava un oggetto proveniente dal futuro.

Futuristico come il TAG Heuer Monaco che nel 1969 fu il primo cronografo automatico impermeabile con una cassa quadrata. La sua forma era audace, e divenne immortale al polso di Steve McQueen nel film “Le Mans”.

Ma non tutte le alternative al cerchio sono forme geometriche nette. La ricerca di una maggiore ergonomia ed eleganza ha portato allo sviluppo di forme sinuose come le casse tonneau, termine francese che significa “barile”. Si tratta essenzialmente di un rettangolo con i lati lunghi curvi e bombati, una forma che si adatta alla curvatura del polso. Apparsa anch’essa nei primi decenni del ‘900, spesso per mano di Cartier, ha trovato la sua massima espressione contemporanea nel lavoro di marchi come Franck Muller, con le sue casse “Cintrée Curvex” esasperatamente curve, e soprattutto Richard Mille, esempio perfetto di innovazione.
La cassa ovale, invece, è stata a lungo associata all’orologeria femminile, vista come una declinazione più gentile del cerchio. Tuttavia, negli anni ’70, il Patek Philippe Ellipse ruppe questa convenzione. Disegnato sulla base della “sezione aurea”, la proporzione divina che si ritrova in natura, l’Ellipse, con la sua forma a metà tra un cerchio e un rettangolo divenne (ed è ancora) un’icona di stile.

Gli anni ’70 furono anche un decennio di sperimentazione, e nessuna figura ha incarnato questo spirito meglio del leggendario Gérald Genta. Fu lui a creare la categoria degli “orologi sportivi di lusso” e a introdurre e normalizzare la geometria più estrema, fondando quello che oggi chiamiamo stile “gentiano”.
L’aneddoto dietro la nascita dell’Audemars Piguet Royal Oak nel 1972 è storia. Si narra che Genta abbia disegnato l’orologio in una sola notte, ispirato dal casco di un palombaro tradizionale, con il vetro fissato da otto viti esagonali a vista. Il risultato fu un orologio di lusso in acciaio con bracciale integrato, inverosimile per l’epoca in cui gli orologi di lusso erano in materiale prezioso. Pochi anni dopo, nel 1976, Genta replicò il successo con il Patek Philippe Nautilus. Anche qui, la leggenda vuole che l’ispirazione sia arrivata osservando la cerniera di un oblò di un transatlantico. La sua forma è un ottagono più morbido, con due “orecchie” laterali, un design sportivo e raffinato che consolidò la nuova era dell’orologeria sportiva.

Ma l’apice della stravaganza è forse il Cartier Crash. Nato nella Swinging London del 1967, la sua forma sembra quella di un orologio liquefatto, come in un dipinto di Salvador Dalí. La leggenda, probabilmente falsa ma plausibile, narra che il design sia stato ispirato da un orologio Cartier deformato dal calore in un incidente d’auto. Vero o no, il Crash è un’opera d’arte surrealista da polso che rappresenta la massima libertà creativa.

Questi i miti del passato, le icone che si sono imposte nel mondo dell’orologeria e che hanno contribuito ad accrescerla anche da un punto di vista collezionistico. Non semplici orologi, ma espressione artistica del designer. E grazie a queste icone, nei decenni abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare design sempre nuovi e coraggiosi che probabilmente hanno contribuito a riportare in auge l’orologeria meccanica che stava pian piano scomparendo a causa del quarzo: tutto si stava appiattendo in favore della pragmaticità, della pura e semplice utilità. L’orologio come strumento per leggere l’ora. Oggi, come in passato, l’orologio è invece espressione di stile e personalità. Pensiamo ai Bulova Accutron, ma anche ai più recenti Octo Finissimo o – tra i microbrand – il coraggioso e brutalista Rivanera di echo/neutra.

Insomma, la forma di un orologio è molto più di un semplice contenitore per un movimento rotondo. È anche un riflesso delle correnti artistiche, delle innovazioni tecnologiche e delle aspirazioni culturali di un’epoca. È uno strumento di espressione, sia per la maison che lo crea, ancor più per chi sceglie di indossarlo.
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